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Pierino Fornaciari 1918 2009 | Dal Neorealismo all'Arte Programmata

Pierino Fornaciari 1918 2009 | Dal Neorealismo all'Arte Programmata
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Pacini Editore Pisa
2017 112
25x32 (cm) ill. a colori e b/n n.t. - colors and b/w ills
tela ed. sovracc. ill. colori - hardcover with dustjacket Nuovo - New
Italiano - Italian text   1200 (gr)
8877812710 9788877812715
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(Livorno Arte e Cultura 3.)

Livorno, Villa del Presidente, 20 ottobre 2017 - 7 gennaio 2018.

Sono oltre settanta le opere selezionate all’interno della cospicua produzione artistica di Fornaciari che, dagli anni Trenta agli anni Novanta, restituiscono per la prima volta un profilo esaustivo della complessa personalità di questo “artista engagé” che negli anni Settanta volle ribattezzarsi “Faber”.

Forse uno dei più emblematici protagonisti dimenticati delle avanguardie livornesi del secondo dopoguerra nel clima dialettico della Casa della Cultura e del Premio Modigliani, Pierino Fornaciari esordisce nel 1945, a ventisette anni, tra le fila dei fondatori del “Gruppo Artistico Moderno Livornese”, nell’ambito del quale stringerà un sodalizio privilegiato con Mario Nigro. Rispetto al fronte nazionale, dove gli anni Quaranta segnano l’alternanza di movimenti cruciali, a partire dall’Art Club, Fornaciari sembra posizionarsi nella linea configuratasi in seno alla XXIV Biennale veneziana del 1948, destinata ad avvalorare in Italia l’exploit del realismo siglato dal Fronte Nuovo delle Arti, e, contestualmente al ridimensionamento della compagine astrattista, la celebrazione di Picasso.

In tale complesso panorama Fornaciari si orienterà progressivamente verso una formula che oscilla tra l’enfasi linguistica applicata al repertorio umanitario e un più pronunciato intento formalistico, secondo l’indirizzo avvalorato dal “Premio Suzzara. Lavoro e lavoratori nell’arte”.

Di lì a poco, nel 1951, l’artista risulta promotore di quella sezione livornese del Sindacato Nazionale Pittori e Scultori che negli anni Cinquanta si adoperò in una pionieristica militanza culturale, grazie anche al contributo della Casa della Cultura, dove in quello stesso anno destinerà il trasferimento della IV edizione del Premio suzzarese.

Con ogni probabilità anche sull’onda della familiarità con Luigi Servolini, Fornaciari, trasferitosi a Carrara nel 1958, si iscrive al corso di incisione presso l’Accademia di Belle Arti, specializzandosi nella tecnica acquafortistica e diventando socio degli IDIT a partire dal 1959.

D’ora in avanti, in coincidenza con il rallentamento dell’attività pittorica, l’artista si cimenterà in una pluralità di sperimentazioni grafiche, dalla puntasecca alla vernice molle, dall’acquaforte alla xilografia, dalla maniera all’acquarello all’acquatinta, trasponendovi le tematiche da sempre affrontate anche in sede pittorica, senza tralasciare quella predilezione umanitaria per la cultura delle popolazioni del Medio-Oriente all’origine dell’emozionante ciclo di Beirut (1975).

Investito alla fine degli anni Cinquanta da una temperie di travagli e mutamenti, Fornaciari condividerà con Nigro, forse il compagno più intimo, quest’ultimo, di un percorso espressivo che dall’imprimatur figurativo doveva condurre entrambi, seppure con diverse modalità e tempistiche, alla rivoluzione astrattista, la consapevolezza dell’impossibilità a persistere nella pittura figurativa.

Dopo una sporadica ricomparsa nel 1961 alla Galleria Giraldi, il nome di Fornaciari sembra dunque travolto da quell’ondata di rimozione che in Italia, e non solo a Livorno, ha finito col provocare la marginalizzazione di alcune coscienze artistiche votate alla partecipazione al rinnovamento linguistico nel solco delle avanguardie del secondo dopoguerra.

Se non è difficile ipotizzare che quest’ultimo, fin dagli anni Quaranta, abbia condiviso con l’amico Nigro le novità del Movimento Arte Concreta, l’artista si convertirà nuovamente alla composizione pittorica solo negli anni Settanta.

Sulla scia della dilagante attenzione alle componenti percettive della visione artistica contemplate nella poetica di “Azimuth”, Fornaciari maturerà nella prima metà degli anni Settanta una disposizione creativa articolata sui punti cardine del dibattito maturato nel corso degli anni Sessanta intorno alle problematiche cinevisuali.

All’epoca della rassegna di pittura moderna promossa dalla Galleria Giraldi nel dicembre 1978, ecco che l’artista, autoelettosi “Faber”, ufficializzerà la sua svolta, sottolineando il passaggio da una personalizzazione esasperata a un lavoro più oggettivo e più sofferto. (T-CA)

 
 

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